Scrive di noi Francesco Battistini 

Fabrizio, l’ultrà del Toro che ha scelto il Sahara «Sono stato dieci anni col Vecchio Cuore. Poi ho scelto l’Islam e la sabbia.

Ai migranti sconsiglio l’Europa: meglio qui». «Dell’Italia non mi manca nulla, solo la domenica sera, ogni tanto, trovo la connessione web, navigo per vedere cos’ha fatto il Torino»

di Francesco Battistini CORRIERE DELLA SERA 
 
Fa due passi in via Roma e di colpo, davanti a una vetrina, gli riappare quel che s’è lasciato alle spalle: «C’era una borsa Hermès a ottomila euro. Dove sto io, riesco a vivere molto bene con 500 al mese». Quando il tuo padrone è il vento e la tua compagna la sabbia, guardi la folla del marketing natalizio e tiri un sospiro: gli schiavi siete voi...«Ma il mio maggiore problema quando torno a Torino, a trovare mia mamma, è che non riesco più a dormire sul materasso. Mi devo sdraiare sul pavimento. Dove sto io, il letto non ce l’ho: mi corico sulla sabbia e guardo le stelle». Dove sta Fabrizio Rovella, ormai da venticinque anni, è il Sahara. Quel posto che Moravia chiamava senza memoria e senza radici, come gli oceani, perché devi sempre muoverti e lasciare che il vento cancelli ogni traccia del tuo passaggio e lasci tutto vergine e inviolato.
 
fabrizio rovellaLe tracce di Fabrizio a Torino sono orme quasi invisibili: una volta era un amministratore aziendale, giacca e cravatta, lavorava da commercialista, giocava a tennis al Circolo della stampa e faceva orari impossibili. La domenica, era pure un ultrà del Toro: maratoneta in casa e in trasferta, dieci anni col Vecchio Cuore. Oggi, a 53 anni, Fabrizio è un migrante in senso inverso. S’è fatto crescere la barba e se la squadra all’uso della moschea, prega cinque volte al giorno, s’è convertito e dice che fu il Padre di Tutti i Deserti a crescerlo, mantenerlo, illuminarlo: «È accaduto un giorno in Algeria, guardando quanto erano infelici i turisti nelle loro piscine degli hotel, scoprendo quanto erano sereni i poveri che chiedevano la carità. Non facevano che benedire Dio. Ho pensato: ma perché loro sì e noi no?».
 
Quel che il Sahara prende, dicono i tuareg, il Sahara lo restituisce. Grande venti volte l’Italia, dall’Atlantico al Mar Rosso, Fabrizio l’ha girato quasi tutto, «a parte un po’ d’Egitto e di Sudan». Piste, dromedari, gipponi, accampamenti. Infiniti tè nel deserto. Il Sahara gli ha preso la vita torinese e gliene ha restituita un’altra: prima in Algeria, ora in Mauritania. Ma non ha mai avuto paura che qualcuno si prendesse anche lui? «Leggo gli allerta della Farnesina e mi viene da ridere: attenti che c’è Al Qaeda, occhio all’Isis... Una volta mi ha chiamato l’Unità di crisi, per dirmi che ero l’unico italiano a vivere lì, un pazzo irresponsabile. Ma io sto a Chinguetti, la settima città santa dell’Islam, e mi sento più tranquillo che in Europa. È tutto ipercontrollato, esercito, droni. Sui media il Niger o il Mali, l’Algeria o la Mauritania sono la stessa cosa. Invece il Sahara è un continente. E luoghi che sembrano tutti uguali, in realtà, sono diversissimi». Per mantenersi, s’è inventato un lavoro da guida per i turisti che s’avventurano in quelle zone, testa materiali, scrive libri, ha aperto un sito saharamonamour.com «anche per combattere la disinformazione totale su questo deserto». Beh, dicono che in Mauritania c’è la schiavitù... «Come c’è nel Salento alla raccolta dei pomodori o nelle case di Torino, dove le colf clandestine sono pagate pochi spicci. La schiavitù è stata abolita per legge».
 
E i migranti? «Da lì, non parte mai nessuno. Io a loro lo spiego sempre: guardate che l’Europa non è quell’oro che sembra. E loro sanno che attraversare il deserto in ciabatte è pericoloso, che non potrebbero mai vivere bene come a casa: anche il più ricco dei mauritani, il venerdì, non rinuncia a uscire dalle città e a dormire un paio di notti sotto la tenda nel Sahara». E l’estremismo? «Qui, sento parlare dei salafiti come dei terroristi. Ma quella è gente che tutt’al più si rifà al puro Islam. Non è che ogni salafita abbia la cintura del kamikaze...».
 
Quando torna in Italia, anche Fabrizio casca nell’equivoco: «Se siamo su un treno e c’è un controllo documenti, lo fanno solo a me — gli vien da ridere —. Una volta ho lasciato un attimo una borsa sul sedile, allontanandomi, ed è scoppiato il finimondo: stavano già chiamando la polizia...». No, non gli manca la Mole. Solo la domenica sera, ogni tanto, trova la connessione Internet, molla le navi del deserto e s’attacca a navigare. Per vedere cos’ha fatto il Toro.

Francesco Battistini www.torino.corriere.it